Teresina 290

(PaoloBassi)

Aveva oltrepassato brillantemente la soglia dei 290 chili. Ora, come se non lo sapesse, rientrava nella categoria dei grandi obesi. Già da tempo, comunque. E’ inutile raccontare che il suo paesaggio è composto da un letto a due piazze che i chili in aumento rendono giorno dopo giorno sempre più stretto, quattro pareti con una porta da dove vede entrare il cibo, una finestra da dove escono speranze e, come cielo, un soffitto che, per quanto dipinto di azzurro, riesce solo ad aumentare la tristezza. Altrettanto inutile è dire che fin dai suoi primi chili nella culla fu Teresina per tutti a causa di quel suo sorriso felice e contagioso che istigava il diminutivo, a dispetto del suo peso che avrebbe invece meritato l’accrescitivo. Teresina 290, la potremmo chiamare così per distinguerla dagli altri periodi precedenti della sua vita, è una ragazza molto intelligente che comprende la sua situazione, che desidera con tutto se stessa di poter tornare alla normalità, che si ripete continuamente il mantra “da domani smetto”, ma che non riesce a liberarsi dalla sua dipendenza. Il suo spacciatore è lì, oltre la porta della camera, la mammina che vuole tanto bene alla sua Teresina e non le vuole far mancare nulla, perché capisce che la fame è una brutta compagnia. “Non ho cuore di lasciarla piangere quando mi dice mamma ho fame, so che le fa male … ma come si fa …!”Sono quelli i momenti nei quali la razionalità e l’intelligenza scompaiono per lasciare posto all’immagine di piatti di pasta o di dolciumi in quantità che una volta ingurgitati, perché proprio di ingurgitare si tratta, placano per pochi minuti quella che si nasconde sotto la parola fame per lasciare posto al senso di colpa e alla vergogna di se stessi. Teresina, però, non era solo un accumulo di carne e di grasso, era anche una bambina, un’adolescente ed ora quasi una donna con tutto quello che comportano tutte queste fasi della vita: la bambina che “guarda lì com’è bella fiorente, in carne, il ritratto della salute”, la giovane ragazza che “sì ha qualche chilo di troppo, ma avrà il tempo di dimagrire, si sa è un’età un po’ così …”, la donna che in pochi anni si è rovinata e che nessuno ha il coraggio e la forza di aiutare. Aiutare per farle del bene partendo dal farle del male.I primi guai cominciarono quando la ragazza si rese conto, perché fu proprio il suo corpo a dirglielo, che, oltre al cibo, esistevano anche i ragazzi. Intelligente, viso e sorriso solare, era già grassa sì, ma aveva un suo bel modo di presentarsi, sapeva parlare e intrattenere e, come tutte le sue coetanee, si innamorava. Lì sorgeva il problema. Non tutti erano disposti ad accettare un fisico come il suo che già allora non prometteva nulla di buono, erano più ambite le ragazze longilinee, due o tre chili in più nel posto giusto, ma ben lontane da quegli oltre novanta che i posti giusti li avevano già riempiti abbondantemente. Si innamorò di Marco che diceva di amarla, che non gli importava se gli altri la chiamavano cicciona, che avrebbe fatto l’amore con lei perdendosi dentro tutta la sua abbondanza. E fecero l’amore. Studiarono tutte le posizioni migliori, lui si perdeva, godevano e lei lo aiutava a ritrovarsi.

“Sei meravigliosa” era la fase ripetuta all’infinito e Teresina, per aumentare il piacere di Marco, si impegnò ad aumentare di peso. Nel loro rapporto non si contavano i giorni o i mesi: si dicevano, quasi ridendo, “stiamo insieme da dieci o venti chili!”. Quando poi i chili in aumento oltrepassarono la cinquantina e comparve una ragazza che a Marco poteva offrire un terzo di Teresina, l’amore da un quintale e mezzo svanì come l’effetto di una dieta fulminea. A Teresina rimase solo la compagnia di lasagne e bomboloni. Purtroppo, però, aveva provato l’amore col cuore e con il corpo. Delusione per il primo e ora mancanza per il secondo. Si sentiva umiliata quando era costretta a soddisfarsi da sola e a non poter parlarne con nessuno, quando alla notte sognava rapporti sessuali e si svegliava un attimo prima dell’orgasmo, quando si diceva che non avrebbe mai più trovato nessuno al quale concedersi e che la desiderasse. Era diventata Teresina 290, sdraiata sul letto aspettando mammina che le venisse a far del male col vassoio ripieno. Aveva però una fortuna, se così la si può chiamare: era un accanita lettrice. I libri erano l’antidoto alla sua solitudine. Quando era solo grassa riuscì a diplomarsi al liceo classico, ma la carriera universitaria, da lei tanto desiderata, le era preclusa da quei chili che non le avrebbero permesso di frequentare le lezioni e sostenere gli esami vista la progressiva immobilità. Leggeva e si manteneva in contatto con uno spicchio di mondo grazie al dio internet, ai social e alle chat. Mai una foto postata e nessuna allusione ai 290 chili. Si rifiutava di cercare qualunque cosa che anche solo sfiorasse l’argomento obesità, ma si sa che la rete ha la facoltà di colpirti dove meno te l’aspetti: non ne conoscerai mai il motivo, ma è così. E infatti un giorno comparve la parola magica: “By-pass gastrico”. Forse la soluzione, forse solo una speranza, ma valeva la pena di approfondire l’argomento. Sì esistevano molte cliniche e molti professionisti che si occupavano del problema. Come mai non ci aveva pensato prima? Perché la sua obesità, assurdo dirlo, era diventata la normalità, lei era sempre la bimba della sua mammina, padre morto da tempo e per il mondo quasi un fenomeno da circo. Alla notte, nel silenzio totale e lontana dal cibo, scorreva decine di siti che trattavano l’argomento by-pass, che davano speranze, ma anche delusioni, che mostravano il funzionamento anatomico “prima e dopo”, che riportavano statistiche, indirizzi e contatti ai quali rivolgersi. Fu colpita positivamente da uno in particolare: la Clinica Chirurgica dell’Università di Bologna. Le dava fiducia. Era quell’Università che lei non aveva mai potuto frequentare. Tutto in segreto, perché era consapevole delle conseguenze di questa sua eventuale decisione nei confronti di mammina. Il giorno dopo telefonò, spiegò tutti i suoi problemi e riuscì ad avere un appuntamento. A questo punto, però, un ulteriore problema, e non da poco, si presentò ai suoi occhi: come fare per raggiungere la clinica? Terminati i pianti e le preghiere di ripensare alla decisione, furono allertati amici e conoscenti per trovare la soluzione migliore. Spuntò un amico muratore che mise a disposizione il suo furgone, fu comprato un materasso idoneo e contattata la cooperativa facchini per il trasporto. Certo, perché proprio di un trasporto si trattava. Questa fu la prima della lunga serie di umiliazioni che Teresina 290 dovette sopportare.

3Il tutto fu fatto alle tre della mattina, al buio, quando tutto il paese dormiva, ad eccezione del fornaio che, lavorando a quell’ora, come gesto augurale portò due sacchetti di focaccia ancora calda per il viaggio. Teresina tacque per tutto il tragitto: la sua mente era là, tra stomaco e duodeno, ferri chirurgici e anestesia e il sogno di una nuova donna che potesse camminare lungo le strade guardando i negozi dove poter concedersi non più torte o pasticcini, bensì abiti e scarpe alla moda. Ma no, anche non alla moda: chissenefrega si ripeteva. Entrò molto presto in ospedale, atrio e corridoio erano deserti, il bar all’entrata stava disponendo nelle vetrinette brioches e panini con quel profumo tipico che Teresina ben conosceva, ma che, in quel momento, andava ben oltre i suoi pensieri e fu portata con molta discrezione nel locale idoneo per la visita alla quale doveva, anzi voleva, essere sottoposta. Il medico arrivò puntuale, le fece le domande di rito, chiese, anzi disse a mammina di attendere fuori, si sedette di fronte a lei e, con parole mirate cercò di spiegarle la situazione. Si complimentò con Teresina per il fatto di aver preso autonomamente la decisione senza l’intervento di famigliari o amici, questo fatto, disse, denotava la sua determinazione e di certo l’avrebbe aiutata durante tutto il percorso che, non le nascose, sarebbe stato lungo e difficile. Un by-pass, le spiegò, non è un colpo di bacchetta magica che risolve tutto e subito, è un intervento chirurgico la cui riuscita dipende in gran parte dalla volontà e dalla costanza del paziente. Il primo passo, forse uno dei più difficili, era quello di perdere almeno quaranta o cinquanta chili con una dieta appropriata, riuscirci da sola, a casa con l’affetto della famiglia che sarebbe stata opportunamente istruita. Questo calo ponderale sarebbe stato la dimostrazione migliore del desiderio di Teresina di tornare alla normalità quasi urlando: “Ce la voglio fare, ce la posso fare!”. La chiacchierata fu lunga, l’infanzia, la famiglia, la scuola e gli amici, il sesso fatto e ora solo desiderato, i progetti del dopo, la speranza di una vita normale. E lei cosa intendeva per normalità? Si strinsero la mano, la dieta sarebbe arrivata da lì a pochi giorni, un “impegnati che ce la puoi fare” e iniziò il viaggio di ritorno. Altra umiliazione. Era giorno e il buio non avrebbe potuto nascondere il rientro a casa. Come previsto ci fu una processione di finti interessati e di veri curiosi preoccupati, si fa per dire, della breve scomparsa di Teresina 290: era stata male? Era andata in ospedale? Cosa era successo? Si cercarono scuse di ogni genere, era un continuo arrampicarsi sugli specchi, l’amico muratore che non sapeva più cosa dire, poi Teresina si ruppe i coglioni e liquidò tutti con un “Voglio dimagrire, contenti? E adesso basta, toglietevi dai piedi!”. Partì la dieta e non si capiva se erano più duri per Teresina i piatti di verdura, le micro razioni di pasta scondita e la completa mancanza di dolciumi o per mammina la preparazione di questi menù che lei considerava da malato all’ultimo stadio. Fatto sta che Teresina calava a vista d’occhio e nel tempo prestabilito, tra mille sofferenze, raggiunse il suo traguardo. Era arrivato il grande momento del grande viaggio e della grande speranza. Esami di ogni tipo, visita anestesiologica e psicologica, data dell’intervento. Volle entrare da sola in sala operatoria, disse che le bastava il suo grasso a farle compagnia, si addormentò contando fino

4a dieci, a sette in pratica era già andata e si risvegliò davanti agli occhi azzurri dell’anestesista che le diceva che tutto era finito e che tutto era andato bene. La vita, a volte, era crudele: dopo mesi e anni passati distesa su quel letto nella quasi immobilità ora si trovava sopra un altro letto con i dolori del post operatorio, elettrodi sparsi, tubi di drenaggio e una finestra molto, troppo simile, a quella della sua camera dalla quale spuntava un brandello di cielo azzurro come il suo solito soffitto. Non si può dire che i suoi pensieri fossero all’apice dell’ottimismo, che sprizzasse gioia da tutti i pori, si vedeva come un corpo in attesa, in attesa di cosa? Di un miracolo o di ulteriori momenti di sofferenza? Avrebbero gli altri saputo aiutarla nel suo percorso? Le avrebbero alleviato la solitudine? Si rese conto che non sognava più, anche il suo inconscio era in attesa. Aspettava sempre e soltanto il giorno dopo per vedere, quasi toccare, qualche chilo in meno. Diceva che riusciva a sentirlo. Dopo alcuni giorni di degenza cominciò a ristabilirsi nel fisico e nel morale. Iniziarono anche le prime visite, parenti, parenti lontani, amici che da tempo non vedeva, persone conosciute sui social: si sentiva meglio, la sua forza interiore migliorava, cominciava forse ad essere pronta per affrontare ciò che l’avrebbe aspettata una volta tornata a casa. Poi ci fu un giorno speciale: un bussare leggero e un mazzo di fiori che comparvero dalla fessura della porta. “Posso?” “Avanti”“ Ciao, come stai?” “Marco, che sorpresa! Non avrei mai pensato … ” Sì, era proprio “quel Marco” che aveva lasciato la ragazza troppo magra, tutta pelle e ossa, senza neanche un piccolo spazio dove potersi perdere. “Teresa, capisco di essermi comportato male, però …”“No, no, taci. E’ comprensibile, l’ho capito, ho capito che ho esagerato, che stavo diventando, e sono poi diventata, qualcosa di indefinibile, non più una donna da desiderare e non eri più tu a perderti, ma ero io che ti avevo perso”. “Ho pensato tanto a te, ti ho sognata nei nostri momenti intimi, le nostre risate nel dopo e l’inizio dei nostri progetti. Poi non ce l’ho più fatta”. “Marco, tornerò come prima, anzi meglio, ma ho bisogno dell’aiuto di tutti voi, mi dovete stare vicino, controllarmi nei momenti in cui verrà, perché verrà, meno il mio di controllo … farmi amare la verdura e odiare i dolci!” “Contaci Teresa … e stai tranquilla che non ci sarà nessuno a tentarti … ma adesso, per favore, non mangiare i fiori!” “Tranquillo Marco, sono troppo belli!” “Ti verrò a trovare quando sarai a casa. Verrò tutti i giorni e ti controllerò”. “ … ““ … “Con le mani sudate Marco accarezzò il viso di Teresa e non seppe trattenere un bacio. Peraltro ricambiato.

Teresina, ormai non più 290, rimasta sola, sentì che stava per volare; e non per quei primi chili che aveva perso. Era felice, aveva riacquistato fiducia nel futuro e nelle persone, si sentiva circondata da affetto e cure. Era sicura che tutti l’avrebbero aiutata e seguita nel suo ritorno alla vita. Mammina entrò con una scatola avvolta in un grande nastro colorato. “Un pensiero per te che stai sopportando tanto”. L’odore del cioccolato invase la stanza.

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