Controcorrente

(Arturo Lattuneddu)

Il passaggio all’adolescenza fu una faccenda piuttosto complicata. Non capivo cosa stava succedendo fuori e dentro di me, avevo l’ansia di vivere e, inconsciamente, rifiutavo di crescere; mai vissuto niente di simile. C’era stato sì l’asilo con il lupo “che mi spaventi, fatto di pelo fatto di denti” e, una volta cresciuto, la paura del buio della cantina di casa che il babbo si ostinava a farmi esorcizzare mandandomi a prendere il vino, ma qui si era quasi sul paranoico. Il lupo era diventato poco credibile nel giro di un paio d’anni assieme a Babbo Natale, la Befana e la Fatina dei denti, mentre il fischiettare dell’inno di Mameli scendendo le scale e soprattutto una illuminazione nuova di zecca avevano debellato i mostri delle tenebre. Mi dicevano che era un momento transitorio, che c’erano passati tutti e nessuno era morto per questo, che nella vita mi aspettava ben altro, ma erano solo parole vuote e il mio pessimismo cosmico era ormai a livelli di guardia. Questa volta non c’era solo un segno tracciato a matita sul muro da raggiungere e superare; se era una prova, non vedevo la prova! Ci avevo pensato e bene ed ero più confuso di prima. Era difficile identificarmi nel giovane Lakota con i cavalli dei Crow da rubare, o nel ragazzo Hamer alle prese con i tori da saltare, o nel bambino spartano che inizia il durissimo agoghè. Mi sentivo impreparato a tutto. Quell’insieme di situazioni della crescita che gli psicologi definiscono “nodi vitali” era un groviglio inestricabile che mi strangolava e se è vero che c’è un disegno del futuro di ciascuno di noi percepivo il mio come uno scarabocchio. Vivevo una tranquilla normalità in una bella famiglia e contemporaneamente, forse ingiustamente, mi sentivo soffocare senza riuscire a chiedere aiuto. Stavo avendo una crisi di vocazione in generale, che neanche il prete più spretato …, e c’era dentro invischiato, colmo dei colmi, anche il mio passatempo preferito, la pesca. Avevo un qualcosa che mi agitava dall’interno, mi toglieva la sicurezza del presente e i riferimenti per il futuro. Le mie reazioni erano spesso isteriche, sproporzionate e incomprensibili ai più, eccetto che allo zio.Lui si limitava a squadrarmi da lontano, aspettando il momento buono per intervenire senza tanti preamboli dialettici. Come sempre si inserì con tempismo perfetto: mi prese con sé e partimmo per il Friuli, subito e al netto di improbabili spiegazioni, in barba alla scuola e alle deboli resistenze dei miei genitori, molto preoccupati della piega che avevano preso le cose. Ufficialmente andavamo a trovare mio cugino Paolo, da quattro mesi sotto la naja. Ci eravamo riservati per così dire una settimana sabbatica di cui però mi sfuggiva il senso. Nonostante la miopia, la scoliosi, una lieve insufficienza toracica, qualche parolina discreta sussurrata dal parroco all’orecchio del comandante del distretto, Paolino era partito militare. Paolino, non Paolo o Paolone. Il soprannome glielo avevano appiccicato alle elementari e sembrava calzante perché era il più basso e magro della classe, occhiali con montatura di metallo, calzoni corti indossati fino alla scadenza e quasi all’età adulta, ginocchia ossute prominenti e un sorriso eternamente stampato sulla faccia, indifferente al ciclopico apparecchio ortodontico e ai suoi elastici tesi a balestra. Divideva il suo tempo fra la chiesa, dove era il chierichetto preferito per matrimoni e funerali con relative mance, e il calcio che gli consentiva di caraccollare per il campo senza lenti, libero di divertirsi senza vedere. Diversamente da altri che vivevano la chiamata del militare come una punizione da dramma esistenziale, lui sperava di essere scelto a dispetto delle evidenti carenze fisiche. Infine era giunta la famosa cartolina di colore pastello e tutti avevano pensato, per motivi diversi, a un errore: invece era abile e arruolato, 11° bersaglieri di stanza a Orcenico, Friuli. Non un soldato di fanteria qualsiasi, ma uno con le penne!

Le foto di quel periodo sembrano un dejà vu: lo ritraggono in divisa, il più piccolo nonostante sia l’unico a indossare il mitico cappello, lo sguardo marziale dietro le lenti spesse e il solito sorriso da lobo a lobo. La vita militare l’aveva irrobustito e lui si era calato completamente nello spirito di corpo, portando un entusiasmo contagioso. Stava bene in gruppo ed era tanto socievole e ciarliero che i compagni affermavano avrebbe fatto amicizia con chiunque, anche con una scatola di cartone! La nostra visita lo rallegrò, come doveva essere, però ben presto tornò alla routine del bersagliere, non prima di averci suggerito qualche posticino giusto per pescare. La Carnia in quella zona era piena di corsi d’acqua: fiumi, torrenti, canali, anche solo rogge o gorghi di mulini, popolati di trote e temoli. C’era solo l’imbarazzo della scelta che, nel giro di un paio di giorni di esplorazioni e cicchetti offerti in osteria, si restrinse al fiume Fiume, un’omonimia fortunata. Ci accolse la locanda ”Il pettirosso”, il nostro alloggio a una stella col bagno in comune nel corridoio, di cui serbo ricordi indelebili, legati al letto immenso, per una volta tutto per me piacevolmente immobilizzato da una coperta pesante e calda, e alla polenta, mai mangiata così buona prima di allora. Grazie a queste nuove esperienze sensoriali cominciavo a uscire dal guscio e lo zio diceva pensieroso: “Ogni tanto prendi un respiro profondo e assaporalo. Sembra strano, ma ti fa sentire vivo”. Anche il letto del fiume era largo e a più piazze, con certi sassoni che ne indirizzavano il corso, inmodo gentile senza turbarne il fluire regolare. Uno di questi era come una grossa lama che tagliava un gorgo profondo, piatto e appena sollevato sull’acqua. Lo zio attento l’aveva subito adocchiato, osservandolo in diversi momenti della giornata e da varie angolazioni, quando il mulinello della corrente disegnava strani riflessi e trasparenze. Camminava sul sasso, si fermava a fumare un sigaro, si sporgeva appena e buttava in acqua qualche sassolino e frammenti d’erba. Era sicuro che il fiume l’avesse scavato ben bene trasformandolo in una cassa di risonanza per i rumori, anche i più lievi. Doveva ospitare un pesce di esperienza, quindi grosso, abituato a mangiare nel silenzio, ma non avevamo visto nessuno pescare da lì sopra. I racconti dei vecchi perditempo stanziali nell’unico “Caccia & Pesca” del paese si animavamo solo parlando della trota marmorata e di alcuni esemplari notevoli pescati tempo addietro proprio da quelle parti. Le segnalazioni però erano un po’ datate e s’interrompevano bruscamente nel marzo di due anni prima, all’epoca dell’ultima, memorabile cattura. Lo zio era intenzionato a riallacciare quel filo e mi confessò di mirare decisamente alla regina, senza distrazioni e senza considerare le trotelle che si vedevano ogni tanto salire in superficie per assaggiare un’effimera. Un giorno ci alzammo che scendeva una pioggerellina fine, fitta e costante e capimmo che era giunto il momento. Il cielo era chiuso e percorso da nuvolaglie agitate che non promettevano nulla di buono, un tempo perfetto per i nostri scopi. L’acqua del fiume era già macchiata con qualche detrito galleggiante portato dalla corrente. Nessuno in giro a bagnarsi, eccetto noi. Puntatina veloce nell’orto dietro al Sale & Tabacchi, quello con lo stallatico maturo, per cavarne qualche grasso lombrico e subito sul sasso. Silenzio e immobilità, la canna già pronta. Una fumatina e uno sguardo intorno, giusto il tempo di tranquillizzare il pesce che immaginavamo allertato dai nostri passi. Un sospiro e la lenza appoggiata ai margini del gorgo, un piombino e un lombrico. L’esca che turbina un po’ prima di scivolare sotto il sasso e sparire. Qualche istante e un colpo deciso, di polso, portato verso l’alto. Movimenti precisi, fluidi, di trazione controllata e la canna come un elastico che trattiene il pesce, grosso e combattivo, poco propenso a lasciare il riparo di pietra. In ultimo il tentativo nella corrente, con fughe lunghe, il tempo che passa, qualcuno che si è accorto del trambusto e osserva da lontano, discreto. La resa, passiva, reclinata, a ondeggiare nell’acqua bassa.

Una trota marmorata con una livrea bellissima, vecchia e furba, ma non abbastanza per lo zio, ora al centro di un capannello di gente e di commenti ammirati. E giri di ombre e tocchetti di polenta fritta, comparsi miracolosamente dal nulla, a raccontare fino allo sfinimento particolari veri o inventati per stupire, anch’io protagonista mio malgrado. Le facemmo il funerale in osteria, con la tovaglia di lino e i piatti buoni della festa, con Paolino e l’adolescenza seduta accanto a me, non più un’estranea.

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