Non sarebbe stato facile…

(Andrea Lucani)

Non sono mai stato a new York tra quegli assi cartesiani di vie, che dai quartieri settentrionali di Inwood, Washington Heights, si estendono fino ai quartieri meridionali della TriBeCa, Greenwich Village, SoHo, Little Italy. Anche se spesso ho progettato di andarci, ma ogni volta venivo fermato dalla pioggia e dal suo lamento ostinato che mi brontolava: “che a New York da sola con me non sarebbe mai venuta. ”Così New York l’ho vista solo in cartolina, in quelle lunghe serate dove sul mio bilico telonato non arrivava mai mezzanotte. A mezzanotte potevo fermarmi in qualche piazzola dell’autostrada e riposare per qualche ora, d’estata era più facile dormire, ma d’inverno no, il freddo ti arrivava dentro ancora più forte, quando ti fermavi e dovevi spegnere l’aria calda del condizionatore. Con le lezioni d’inglese registrate, che ascoltavo durante i lunghi viaggi, l’inglese l’avevo imparato a parlare quasi bene… l’ostacolo perciò non era la lingua o il denaro che avevo messo già da parte, ma era solo la sua ostinazione. Un padre che cosa deve fare? Oltre che a provare più volte a convincerla che a New York avremmo potuto iniziare una nuova vita? In paese le chiacchiere ci avevano rovinato la reputazione, un padre single non può difendere la figlia quando sua moglie ambiziosa è già scappata con l’amico scapolo che fedelmente, sembrava, venisse a farci visita tutte le sere. Da sola, poi, in un paese quasi di montagna non hai molte possibilità se vuoi fare la carriera di ballerina, se non di affidarti al tuo maestro ostentatore e a qualche amico testardo come te che crede di saper ballare. Quando vedevo Caterina ballare mi si apriva il cuore, davanti a quello specchio che rifletteva la sua fierezza, modellata sul suo corpo prestante e bello come quello di sua madre. Era pura e bellissima e riusciva a volare. Ma non sarebbe mai riuscita ad entrare in nessun prestigioso corpo di ballo, questo era quello che sentivo nonostante le lusinghe del suo vecchio maestro che continuamente le diceva che l’avrebbe aiutata. All’inizio Caterina fu sicuramente affascinata da quel maestro cinquantasettenne brizzolato che seduceva tutti coloro che l’ascoltavano, mentre insegnando a ballare, raccontava la storia della sua vita. Il maestro Giuliano Rodolfi, così si chiamava, aveva iniziato a studiare danza classica a 9 anni quando sua madre, anch’essa ballerina, lo iscrisse alla scuola del quartiere dove anche lei insegnava. Poi a tredici anni entrò nel corpo di ballo della Scala, diventandone solista, subito dopo il conseguimento del diploma. Da lì la sua carriera prese il volo: a ventitré anni fu promosso primo ballerino e a ventinove fu nominato étoile. Aveva ballato con tutti i ballerini più celebri della sua epoca: Violetta Verdy, Carla Fracci, Nureyev… prima di diventare coreografo al teatro comunale di Bologna, dove conobbe mia figlia Caterina. La vita a volte fa rallegrare con poco, quando si finisce a chiedersi chi è stato a mettere le regole che hanno condizionato il tuo portamento. La libertà dei gesti, purtroppo, si comprende solo dopo, quando ormai hai già imparato a memoria ogni imposizione.

Caterina fino ad allora non aveva frequentato nessuna scuola di danza rinomata ed era spontanea in tanti suoi gesti, visto che gli insegnati di danza precedenti non l’avevano mai educata a controllare i muscoli del corpo in modo severo. Lei era capitata a fare danza per caso e all’inizio nessuno avrebbe mai creduto in lei. Fui io che suggerii alla madre di iscriverla in un corso di danza quando durante una visita medica, fatta nel periodo che frequentava mi sembra la terza elementare, risultò afflitta da rachitismo. Con la danza, sicuramente oltre a fare ginnastica, si sarebbero curati, senza ombra di dubbio, anche i movimenti più leggeri delle sue ossa, ma mai avremmo immaginato però che dentro le scorresse tanta passione per quell’arte che la portò molto prima di tante altre compagne ad imparare i passi e le figure di base di tutte le coreografie che prepararono durante quei primi anni di corso. Si impegnava molto ed era più brava delle altre… e piano piano capimmo che la danza per lei era qualcosa di primitivo e furibondo che le nasceva da dentro spontaneamente… e che quei passi e quelle sequenze che tutti i giorni educava avidamente con tanta tenacia, consentivano a quel suo particolare essere, a quel suo stile sfrontato, di uscire fuori completamente, con tutta la grazia inquieta del suo disordine interiore, che voleva trasformare nel modo più romantico che conosceva, ogni forma di vita che le si muovesse intorno. Quando l’accompagnai al teatro comunale di Bologna per l’audizione al ruolo di protagonista del balletto “Fiore di pietra” il maestro non c’era, ma Caterina che quel ruolo l’aveva già provato tante volte, si fece notare ancora di più, visto il tanto impegno che mise per non perdere quell’occasione. A me, quando la vidi entrare mi si appannarono gli occhi per quanto era bella, come la prima volta che andai a vederla per il suo saggio finale… e rimasi incredulo nel guardare la grazia appassionata che metteva in ogni movimento. No! Non è mia figlia pensavo, mentre le vedevo crescere l’ambizione di chi crede ciecamente che con la danza si possa cambiare ogni cosa. Diventava sempre più bella e sicura ogni volta che ballava, in quel suo corpo snello e slanciato che si dirigeva nel modo più semplice e leggiadro verso quella sua prospettiva inappellabile di prima ballerina, a cui non avrebbe mai rinunciato per nessuna altra cosa al mondo. Quando il maestro la vide ballare anche lui se ne innamorò; era gennaio ricordo quando partimmo all’alba da Monghidoro per raggiungere Bologna, dove alle otto Caterina doveva sostenere la prova definitiva per l’ingaggio. Davanti al maestro riuscì ad esprimere ancora meglio quanto fosse pronta a sacrificare ogni interesse per propagare l’aria, la terra, l’acqua e il fuoco che teneva dentro e che le pesavano quando non riusciva a ballare. La leggerezza dei suoi diciotto anni poi, facevano capire ancora meglio quanto non gli importasse niente del resto… perché immaginava allora che la vita fosse solo una festa con le bande, i petardi, le bancarelle e tutte quelle cose che di solito si organizzano al paese per la festa del patrono. Era questo lei… e per questo il maestro la scelse preferendola alle altre, anche se in seguito poi si disse, che era stata scelta solo perché era stata a letto con lui.

Appena lo seppi sentii come un presagio, una specie di presentimento nell’anima, minacciata come dall’incendio di una foresta… non era il maestro Giuliano Rodolfi a spaventarmi, ma l’invidia pericolosa delle sue amiche che non volevano accettare quello che era stato deciso dalla sorte. Lo vedevo che il maestro usava sempre tanta premura verso mia figlia, ma non avevo nessun timore che potesse commettere qualche scorrettezza, anche quando iniziarono a girare le prime maldicenze. Ero sicuro che era un uomo per bene, una volta mi disse anche che Caterina l’aveva scelta perché aveva lo stesso nome del personaggio femminile protagonista… e questo per lui era stato un segno del destino, che l’aveva scelta già prima di lui, perché era bella, perché era carne e ossa, perché era tanta da guardare quando ballava. Mi diceva sempre, ogni volta che lo incontravo, di chiamarlo Giuliano invece che maestro, ma io non me la sono mai sentita, non mi veniva naturale, anche se mia figlia Caterina continuava a dirmi che era una persona alla mano, anche se era uno dei coreografi italiani più importanti ed il suo destino non era uguale a quello delle persone comuni. L’amava… e questo l’avevo visto quasi subito, ma il suo non era un innamoramento accanito di quelli che fanno pensare sempre all’altro con la strafottenza di averla ad ogni voglia, come pretendono certi trentenni scatenati che vogliono mutare ogni amante in una gradevole puttana. No! Lui cercava qualcos’altro, con lei voleva ritornare all’origine, alla perfezione, come quei vecchi che di nascosto si abbuffano di dolci per ritornare a essere bambini, perché ormai sanno che solo lì c’è stato il tempo vero, quello senza morte, quello della perfezione e della felicità. No! Lui non le avrebbe mai fatto del male, perché lui voleva solo la tenerezza verso sé stesso e gli altri che fa espandere in tutte le cose: nella tazza di caffè, nella brioche siciliana che mangiava tutte le mattine, nella panchina del parco dove si sedeva a prendere il sole, nelle nuvole e negli attimi senza fine che lei riusciva a dargli anche soltanto standogli nei pressi.NO! Non se la meritava quella morte, ora che aveva iniziato a conoscere l’altro lato delle cose con la leggerezza fluida dell’esistenza. Ma la gioventù a volte è precipitosa, non riesce a diversificare, a comprendere che la vecchiaia è un bene, ma scalpita e ruggisce per ogni piccola cavolata, senza mai rifletterci abbastanza sopra. Gregorio non lo sapeva che Giuliano Ridolfi era frocio quando l’accoltellò per difendere Caterina che aveva visto piangere. Era un po’ che loro non si vedevano, da quando Caterina aveva iniziato a frequentare il suo maestro di ballo. Prima erano quasi sempre insieme, in quelle poche occasioni in cui Caterina non era impegnata con le prove. Andavano in pizzeria, al cinema, il sabato notte a Bologna e in tutti quei posti dove immaginavano che il mondo era migliore di quella vita provinciale che a loro non piaceva per niente. Gregorio era più grande di lei e quel nuovo maestro, che Caterina aveva iniziato a frequentare anche nel tempo libero dei fine settimana, non gli era simpatico, anzi lo vedeva come un fichetto colto che si dava un sacco di arie, uno di quei tanti intellettuali presuntuosi e dritti, che pensano che basta solo ubriacare le donne con quattro cazzate interessanti per portarsele a letto… e questo lui proprio non lo riusciva a sopportare.

Così quando vide Caterina piangere quella sera che era passato a salutarla nel nuovo alloggio di Bologna, quel livore gli crebbe ancora più forte, ma quello che maggiormente non sopportò è quando capì che Caterina non sentiva più nessun bisogno di confidarsi con lui. “Che hai fatto… perché stai piangendo?” Caterina non aveva voglia di rispondere, sapendo bene che lui non l’avrebbe capita. Non poteva confidargli che si sentiva inutile e triste perché si era innamorata di lui, il suo maestro, che poco prima lo aveva sorpreso a letto con un uomo più giovane di lui rimanendone sconvolta, disgustata… e ora non sapeva come opporsi a quella gelosia che le si era risvegliata più forte e di cui credeva potesse morire. Non poteva confessargli tutto quello che sentiva per quell’uomo molto più maturo, piangeva, bruciandosi il viso e la gola con i singhiozzi di chi si sente piantata e la rabbia di chi ancora non è pronta a reagire. Non glielo poteva dire che nonostante tutto sentiva ancora il capriccio e il desiderio dannoso di farsi sbattere giù e perdere ogni reputazione. Non glielo poteva dire… ma piangeva ed imprecava contro quell’uomo che aveva iniziato ad amare, proprio quando non riusciva più a vedere con lui nessuna via d’uscita. “Gregorio mi dispiace ma è meglio che vada a dormire… lasciami sola” questo è quello che gli disse prima di accompagnarlo alla porta e chiuderla con una doppia mandata. Poi se ne andò a dormire, convinta che quello sarebbe stato l’unico modo per riuscire a stare un po’ più tranquilla e anche per congedare Gregorio che sapeva bene che era una testa calda e non voleva coinvolgerlo, per paura che combinasse qualche cavolata. Non l’aveva mai lasciato sulla porta senza prima dargli un bacio… e questo lo fece arrabbiare parecchio, quel viscido verme aveva bisogno di una lezione pensava, mentre seduto sul tram stava cercando di raggiungere la stazione centrale di Bologna. Fu il caso che gli fece scorgere il maestro, mentre era seduto in un bar all’aperto della stazione con un bicchiere di vino in mano che parlava allegramente con un amico… “quel porco che crede di saperci fare con ogni donna… guarda come se la ride soddisfatto ora che con lei se le spassata” pensava mentre gli andava incontro come un cane con la rabbia che gli pendeva dalla bocca. “Sono venuto a darti una scarica di pugni brutto figlio di puttana” gli gridò prima di aggredirlo con un pugno sul volto, che il maestro però schivò prontamente facendolo cadere ridicolmente a terra. Giuliano non capiva che cosa gli stava accadendo mentre con la mano destra agitava la bottiglia di vino intimorendo l’aggressore. “Si può sapere chi sei e cosa vai cercando? … ubriaco della malora” gli strillava forte per impaurirlo ancora di più “Io non ho niente a che fare con gente come te, stammi alla larga… capito?” Gregorio intanto che si rialzava da terra, dalla tasca posteriore dei pantaloni aveva estratto il suo coltello chiudibile, che portava sempre a presso per la sua ossessione implacabile di intagliare il legno. “Tu Caterina la devi lasciare stare, hai capito vecchio… altrimenti questo coltello te lo passo da parte a parte”. Quando Giuliano vide il coltello rimase impietrito, non sapeva cosa fare, nella vita non si era mai piegato davanti a niente, ma ora davanti a un coltello e a quella lama d’acciaio tagliente la sua audacia tentennava.

La foto della morte che sua nonna teneva in mezzo al libro delle preghiere, che da bambino gli aveva fatto sempre paura, gli tornò in mente e fu l’unico ricordo che l’armò, in tutta quella confusione di pensieri, contro quel rischio reale che stava correndo. L’amore, la morte, viaggiano sempre assieme… e in quell’istante li sentiva entrambi, ed anche se la morte gli faceva paura era l’amore ad accelerare, ad aumentare la sua forza… e Caterina era la cosa più bella che l’amore gli avesse consegnato e lui non la poteva perdere per codardia… doveva reagire dimostrandole il suo valore, aldilà della sua età e del sesso che non poteva darle. E allora fiero gli andò incontro con la bottiglia che con la mano faceva girare, per fargli intendere meglio che del suo coltello non aveva paura “Vattene sciocco, non so chi sei, ma so che Caterina non ha niente a che fare con te… perché, per quanto la conosco, non credo che possa essere amica di un uomo come te, che pensa che con un coltello in mano possa riuscire a guadagnarsi il rispetto che prima non è mai riuscito ad avere”. Gregorio non poteva cedere, avrebbe perso la faccia, ma quel vecchio era più duro di quanto immaginasse, uno che gli tenesse testa in quel modo, quando faceva il balordo, non l’aveva mai trovato, perciò non conosceva tutte le conseguenze che certe stupidità possono provocare. La gioventù purtroppo è anche questo, non sa che l’amore e l’odio sono mischiati e che uno è fatto dell’altro anche se in diversa misura. Non sa che l’uomo che uccide l’altro, uccide anche sé stesso. Conosce solo la rabbia, la collera… e queste Gregorio non era mai stato capace di controllarle. Per questo si scagliò come una furia contro il corpo di Giuliano… e prima che lui lo colpisse in testa rompendo la bottiglia, Gregorio riuscì a piantargli il coltello al cuore. Quando Caterina lo seppe cadde in depressione non riuscendo mai a capire il “perché” di quella tragedia; voleva morire anche lei ed io non la potevo aiutare. Un padre in questi casi può prendere solo un fazzoletto e asciugargli le lacrime. Io sono qui le dicevo… e tu non ti devi preoccupare perché qualunque cosa succede noi ce la caveremo, poi la stringevo a me mentre la sentivo piangere e darmi ragione… “sì papà anche questa volta ce la faremo, come sempre … come quando è andata via la mamma”. Il paese poi si sa non ti perdona, quando viene a sapere che hai fatto qualche danno, specialmente quelli più curiosi che cercano nel torbido per dissimulare la loro compiacenza… indagano… e scavando dentro la tua vita inventano passati immaginari, fandonie, che servono solo a consolarli per tutto quello che loro non sono riusciti mai a vivere. Sì!… New York era l’unica alternativa ed io dovevo essere ancora più convincente, anche se sapevo che non sarebbe stato facile.

Sant’Angelo settembre 2016

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