Il miracolo della Madonna della Cintura e la peste del 1855

Nel nuovo millennio non si crede più ai miracoli; eppure la storia è costellata di eventi speciali, alcuni dei quali, tuttora, misteriosi. Leggenda e realtà si intrecciano così strettamente da trasformasi in un unicum affascinante di racconti  che i secoli  tramandarono di  generazione in generazione, giungendo  fino a noi che, spesso, però, li lasciamo scivolare nell’oblio; la vita frenetica del nuovo millennio ci trascina in una corsa incessante verso continue scoperte e novità; siamo totalmente proiettati nel futuro, dimenticandoci, tante volte, di voltarci indietro a scrutare il passato che invece, ritorna più spesso di quanto non ci accorgiamo.

Può accadere, infatti, che un evento inatteso ci costringa a fermarci, come nel mese di febbraio dell’anno 2020, in piena era robotica e digitale, avanzatissima e superveloce, proprio quando siamo ormai a pochi passi dall’agognata vittoria, (secondo qualche illustre illuso), dell’umana onnipotenza; ma è un evento che arriva all’istante e in un batter di ciglia, rimescola tutte le carte delle nostre certezze, frena inesorabilmente, la nostra corsa inarrestabile di ‘esseri superiori’ che tengono in mano il destino del mondo … ma … che delusione! Non è un disco volante, non è un gigantesco meteorite sfuggito al controllo dell’universo, non è una nave spaziale venuta da Sirio! E’ solo una minuscola, insignificante, ‘entità’ microscopica che porta un nome spettralmente regale: coronavirus; ed ecco che il passato ritorna.

Nel 1855 una grave epidemia di colera, proveniente dall’ Europa, invase l’Italia dal Piemonte sabaudo, alla Lombardia austriaca: attraversò il ducato di Modena e il granducato di Toscana spingendosi, sempre più, verso il sud mentre lo straripamento dell’Arno, a Firenze, aggravava la situazione delle acque, già infette poiché fino ad allora, non si era provveduto, adeguatamente, a separare i passaggi idrici puliti da quelli di scarico. Il sistema industriale che si sviluppava sempre di più, incrementava i mercati e gli scambi di merci per terra e per mare, ma purtroppo, nel contempo, smuoveva l’inquinamento.

Alle porte di Bologna, vi è una ridente campagna, circondata d’ ariose colline in cui dominano i tipici calanchi di selenite e doline che, nei tempi passati, fornivano il pane quotidiano alle povere famiglie dei ‘gessaroli’ attivi nelle cave vicino alle Grotte del Farneto, oggi protette dal Parco Regionale dei Gessi e Calanchi della Abbadessa.

E’un territorio in cui domina ancora la bellezza della natura, con boschi e rivoli d’acqua rigogliosi in cui si può passeggiare, immersi nel silenzio del verde, guardando il cielo limpido, aperto, esteso all’orizzonte.

Nel 1855, però, intorno all’amena località, si abbatté l’incubo del colera.

La città di Bologna e tutto il suo circondario subirono inesorabili attacchi dal morbo. Migliaia di persone falcidiate; identica sorte per i paesani del comparto di San Lazzaro, adiacente al borghetto Farneto, di cui   costituiva, allora come oggi, il punto d’ incontro nei giorni di mercato come di ogni attività istituzionale e sociale.

Quattromila morti solo nel capoluogo (su settantamila abitanti) ma la scienza di allora ignorava che il colera si diffondesse attraverso le acque contaminate che scorrevano lungo i canali.

A quei tempi Bologna pullulava di canali (chiusi solo successivamente) e se ne serviva come importanti vie di comunicazione o scambio.

Così il morbo ebbe via libera: si diffuse in breve tempo colpendo intere fasce di popolazione, sia in città che nei dintorni.

Il piccolo territorio di san Lazzaro dunque, dovette subire la medesima sorte crudele.

Nel borgo del Farneto, sulla ridente spianata di un prato di campagna, vi è una chiesetta dedicata a San Lorenzo; fu eretta nel XIII secolo d.C. dagli antenati di Licanoro Gozzadini ma venne successivamente   ricostruita, una volta, nel 1566, poi ancora, nel 1733, conservando intatto il campanile cinquecentesco. Nel 1776, ebbe un nuovo altare maggiore, ancora oggi sormontato da un bel quadro raffigurante il Crocifisso con i Santi Lorenzo e Lucia Martiri, che trae spunto dalla maniera del Guido Reni.

In precedenza però – tra il 1633 e il 1656 – un devoto sacerdote, don Marco Vivarelli, durante la sua gestione parrocchiale, commissionò ad un ignoto artista bolognese, di realizzare un dipinto che raffigurasse la Madonna della Cintura (o della Cintola) col Bambino e i Cherubini assunti al cielo, accompagnati dallo sguardo degli evangelisti S. Giovanni e S. Marco, come a significare che il Vangelo è tutto ciò che serve per spiegare la vita: infatti la pagina aperta, del libro sorretto da  San Giovanni recita in latino <<In principio era il Verbo>>.

La Vergine della Cintola, nella storia dell’arte, viene rappresentata con una cintura stretta nella mano come simbolo di protezione, secondo il culto del Sacro Cingolo divulgato dall’ ordine monastico degli Agostiniani il quale, in una versione, narra che durante l’Assunzione di Maria in cielo, ella fosse impietosita dagli Apostoli malinconici per la sua assenza. Così, in segno di custodia e protezione, lasciò loro la propria cintola che da quel momento sarebbe divenuta oggetto di grande culto. Esistono anche altre versioni legate al culto della Vergine del Cingolo ma lo scenario raffigurato nel dipinto della chiesetta al Farneto, è compatibile con questo racconto. Inoltre il parroco che la commissionò, don Marco Vivarelli, fece inserire nel contesto scenico, proprio l’evangelista Marco di cui egli stesso portava il nome, forse per invocarlo a protezione del suo mandato sacerdotale nella piccola parrocchia.

Don Marco fu accorto ad affidare la sua devozione alla Vergine della Cintura, perché il caso volle che, due secoli dopo, durante la peste del 1855, moltitudini di popolo e di abbienti morirono assalite e martoriate dal colera.

Ciò non accadde, però, al piccolo comparto che si stagliava attorno alla chiesetta del Farneto e alla collina circostante. Infatti quella zona fu preservata dalla pestilenza, quasi fosse avvolta da un manto protettivo che non permise al morbo di mietere alcuna vittima.

Così, tirato un sospiro di sollievo, gli abitanti del borgo decisero di estrarre dall’antico dipinto di don Marco Vivarelli, il ritratto della Vergine col Bambino per recarlo in processione come gratitudine per il rischio scongiurato.

Poco dopo, forse un tantino dispiaciuti d’ aver asportato una parte del dipinto per recarlo in processione, i devoti si preoccuparono di proteggere l’icona della Vergine della Cintura, all’interno di una edicola intagliata e decorata con fiori e stemma del Cuore Immacolato di Maria; in cima la colomba dello Spirito Santo. Fu quindi inglobata, di nuovo, nel dipinto originale e nella zona sottostante venne apposta una scritta solenne, in latino, a memoria del miracolo avvenuto.

Oggi, così conservata, si può ancora ammirarne la placida bellezza, visitando l’antica chiesetta di San Lorenzo dove, ogni settembre, si celebra la festa dedicata alla Madonna della Cintura.

 

Anna Rita Delucca, marzo 2020

 

Le immagini pubblicate in questo articolo sono state realizzate da don Paolo dall’Olio. E’ vietata la riproduzione.

 

 

 

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