Il corpo femminile nell’arte: dalle origini ai giorni nostri

 

L’arte realizzata dall’ umanità può essere definibile come la concretizzazione di un’idea estetica, scaturita dalla mente di un artista.
Per quanto concerne la donna in quanto tale, stare in armonia con il proprio corpo costituisce quasi sempre, o almeno molto spesso, un valore essenziale per un benessere fisico e psicologico, ma può diventare un’imposizione quando la società esiga canoni estetici mutevoli, a volte capricciosi, a cui ci si adegua per riuscire a muoversi più agevolmente nell’ambiente circostante.
Prima di tutto bisognerebbe chiedersi cosa sia la bellezza, in quanto idea.
Sappiamo bene che i modelli estetici sono cambiati nel corso dei secoli.  Ecco allora che, anche nel mondo dell’arte – specchio ideale del mondo reale- la donna     veniva rappresentata con canoni assimilabili, continuamente, a mode, ideologie, usi e costumi.

 

Tali canoni subirono diverse trasformazioni anche in scultura, pittura e in tutte le forme d’arte che si succedettero, a seconda di vari tipi di società.

Se, per esempio, osserviamo quelle primitive, l’archeologia ci mostra in ogni parte del mondo, indistintamente, ritrovamenti di piccole statue che raffigurano la dea madre terra o altri generi di divinità giunoniche, abbondanti nelle loro fattezze: sono il simbolo dell’opulenza della natura, in tutta la sua abbondanza di doni e rutti che esaltano la vita.

 Successivamente, in Egitto, a Babilonia (nell’odierno Iraq) e nelle civiltà orientali, molti secoli prima di Cristo, troviamo, invece, una rappresentazione della donna più simile ai canoni estetici che ci appartengono (figure filiformi, eleganti, agghindate con raffinati gioielli ed abiti aderenti che avvolgono perfette silhouettes).

Nell’antica Grecia e a Roma la figura umana nell’arte, doveva riflettere non solo le qualità fisiche ma anche quelle ‘morali’. Questo concetto viene identificato con l’espressione calòs kai agathòs (bello e buono), principio che coinvolge le sfere dell’estetica e dell’etica, non da intendersi, però, alla maniera di ‘generoso’ o ‘moralmente corretto’ ma   come ‘persona prestante e capace’; nella figura femminile, invece, significa ‘esteticamente armoniosa’ e degna del rango a cui appartiene.

Durante il medioevo, in Occidente, la bellezza è quella degli Svevi e dei Normanni: biondi, con occhi e carnagione chiari, segno di pregio nei poemi cavallereschi; le donne schiariscono i capelli con tinture e preparano cosmetici per sbiancare la pelle ma né la Chiesa né il mondo della satira, apprezzano tali usanze perché sinonimo di leggerezza di costumi, civetteria e soprattutto esaltazione del ceto nobiliare feudale.

Nel Rinascimento si valorizzano l’armonia e la grazia- come nelle figure femminili   di Botticelli – e la donna diventa simbolo di amore eterno e puro. Dunque, anche le forme del suo corpo sono morbide ed avvolgenti. È un momento culturale molto florido e ciò si riflette anche nei costumi. Si racconta che in questo periodo uomini e donne delle più alte fasce sociali ricorressero, addirittura, a diete ingrassanti pur di essere ‘alla moda’.

Nel Seicento a Roma sorge lo stile Barocco portando in Europa un’epoca dedita alla concezione dell’arte come valorizzazione religiosa: infatti anche nei quadri, spesso, sul fondo scuro spicca una luce più forte che illumina i personaggi (caratteristica tipica di Caravaggio). Ora la donna viene rappresentata non più come ideale di bellezza estetica sublimata ma è calata in un contesto realistico che non disdegna di raffigurarne tanto il ceto sociale- sia   che si tratti di un’aristocratica, sia che si tratti di una mendicante- quanto le imperfezioni fisiche. La sua pelle poi, non è più solo di perfetto candore, ma finalmente, si raffigurano le varie tonalità e i suoi capelli, addirittura, in certe rappresentazioni evidenziano persino i pidocchi, spesso presenti nella realtà di quell’epoca in cui non si praticavano abluzioni integrali quotidiane.

Ad ogni modo sarà il Settecento il secolo di cosmetici, belletti, pizzi e trine e il corpo femminile, anche nelle rappresentazioni artistiche, ricco di ninnoli, ornamenti, attorniato da cagnolini da compagnia, lacchè incipriati e leziosità di ogni tipo per essere, però, soppiantati, nel secolo successivo, dall’avvento della rivoluzione industriale e di una nuova, conseguente, ricchezza derivante dalla produttività.  

 Nell’Ottocento come pure in tutta la prima parte del Novecento, da un lato si esalta    la vita agreste,  romanticamente  rappresentata  e dall’altro, un’idea di donna distinta e raffinata, ma ben diversa rispetto al  XVIII° secolo; ora  è una femme fatale, provocante  charmeuse (pensiamo ad esempio alle donne liberty di  Klimt o a quelle  dei salotti  alto-borghesi del periodo Deco: donne slanciate, eleganti  nei modi e nelle pose, i capelli perfetti  nei  loro  caschetti  lisci e cortissimi oppure con  chignon dai fermagli incastonati di brillanti.

Poco dopo, però, le tragedie delle due guerre mondiali, cambiano di nuovo la realtà e con essa, ancora una volta, si modifica la rappresentazione artistica.

 Ora la dissoluzione del corpo prevale in moltissime opere, sia scultoree che pittoriche. E’carne dilaniata, svuotata di senso o resa oggetto. Certo, la realtà della guerra incide profondamente sulle produzioni artistiche che diventano lo specchio deformante di un’amara realtà: l’annullamento del corpo come espressione di assenza di vitalità.

La metafisica di De Chirico, il Cubismo di Picasso, il concetto di scomposizione delle figure – quindi anche della fisicità femminile, ormai priva del precedente significato di bellezza che sta lì apposta per essere ammirata – puntano ad un’idea di estetica che studia l’aspetto interiore dell’essere umano, i suoi meandri più profondi, reconditi, oscuri.  

Così, ad un certo punto, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, culmina il successo dell’Astrattismo e la figura di per sé, perde spessore per dare spazio all’ IDEA dell’oggetto e non più all’oggetto stesso.  Anche il corpo femminile viene narrato come attraverso una finestra dai vetri zigrinati, in cui compaiono ombre o lampi di luce, trasfiguranti gli oggetti che guardiamo: ed ecco che l’occhio percepisce immagini che non sono più reali, ma ci appaiono, filtrate e travisate attraverso il vetro.

In quegli anni, dunque, l’arte si pose un quesito: la realtà è quella che è o quella che vediamo?

Partendo proprio da ciò, tra gli anni Settanta e il nuovo millennio, l’arte contemporanea si è evoluta, naturalmente assieme a nuovi modi di rappresentare la fisicità, con un notevole contributo fornito da varie modifiche sociologiche ed economiche, ma pure da moda, cinema e spettacolo.  Nascono anche le performances, esibizioni artistiche da cui scaturisce una nuova forma creativa che assumerà il nome di Body Art.

Gina Pane e Marina Abramovic ed altre divengono performers della Body art: agiscono attraverso eventi che vogliono portare all’attenzione certe problematiche vicine al loro essere donne, ma anche e soprattutto, affrontano il tema del corpo e della sua riduzione ad oggetto.

Per condannare la diffusione degli interventi estetici un’artista internazionale come   Orlan, ricorre pesantemente a questa stessa chirurgia, modificando più volte, il proprio volto che diviene il supporto di tante sue sperimentazioni creative per parlare, proprio, del dramma della mancanza d’ identità.

D’altro canto, con uno stile pacato e rivolto al confronto con le tecnologie fotografiche, all’inizio del nuovo millennio si è ampiamente sviluppato l’ Iperrealismo,  un genere nato negli Stati Uniti, attorno agli anni Settanta, in cui  il soggetto – e  ovviamente anche  la donna – viene raffigurato  nella sua  visualizzazione  iper-reale, ossia  con l’intento di esaltare, in modo quasi maniacale (in una sorta di duello tra la maestria della mano del pittore e la perfezione della macchina fotografica) la realtà dell’oggetto- o del  soggetto – raffigurato.

Qualunque forma possa assumere l’arte del futuro, la bellezza del corpo femminile è   da sempre un leit-motiv ispiratore d’ idee, nonostante i clichè.

La nuova era transgender creerà nuovi modi di rappresentare la figura umana che non sarà più, soltanto maschile o femminile, ma anche mista. Auspichiamo soltanto che il futuro non ci riservi nuovi clichè, in cui il ‘maschile divenuto femminile’ non si metta a dominare sul resto del mondo delle donne, sia quello ‘tradizionale’ che quello ‘femminile divenuto maschile’. Chissà che nelle mescolanze non si giunga alla parità?   Nel dubbio…. chi vivrà vedrà.

Anna Rita  Delucca     

 

 

 

 

 

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