Arte sacra e ideologie nell’era global

Un fenomeno alquanto ignorato o distrattamente commentato dai media, in questo momento, è quello che si sta verificando, con frequenza sempre più ravvicinata, degli incendi in luoghi sacri alla cristianità, della profanazione di cimiteri e della distruzione d’immagini sacre, quanto la decapitazione di statue che raffigurano Gesù.

Senza contare i tragici attentati e uccisioni di persone che avvengono ormai sempre più di frequente, cosa che è, in assoluto la più grave di tutte, un ennesimo scempio a danno di strutture artistiche e monumentali, dopo il rogo dello scorso anno a Notre Dame, si è verificato anche il 18 luglio 2020, a scapito della storica cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, a Nantes.

Sembra, però, che ci stiamo abituando a tanto disastro contro le bellezze artistiche del nostro patrimonio culturale europeo, eppure l’arte e la cultura, che dovrebbero essere il volàno per far ripartire l’economia europea, in realtà, forse, non convincono ancora del tutto certe politiche di sviluppo le quali, probabilmente, non riescono a comprendere a fondo, in che modo, concretamente, si possa incrementare l’economia attraverso questo settore.

Lo vediamo ogni giorno anche in Italia, da sempre terra di artisti e creativi, eppure nonostante lo smisurato patrimonio artistico che ci sovrasta (tanto da non riuscire neppure a tutelarlo pienamente) con l’arte non si riesce ancora a vivere, ad eccezione di qualche sporadico caso, il quale, dunque, non fa altro che confermare tale regola.

Una stranezza, quantomeno, se pensiamo che certi settori finanziari, estraggono fiumi di denaro quasi dal nulla – miracolosamente, potremmo osare dire – un po’come, per usare un’immagine nota, estrarre il sangue dalle rape.

Un’ipotesi, neppure tanto remota, sulla causa di un così scarso valore al patrimonio culturale potrebbe essere il fatto che per creare ricchezza e sviluppo da questa ‘manna congelata’ occorre affidarne la gestione a chi ne ha la dovuta competenza.

 

Purtroppo ciò non si verifica molto spesso, soprattutto in Italia, dove la gente laureata in materie umanistiche, finisce – nel novanta per cento  dei  casi – a fare il lavapiatti in qualche pub o locale notturno (mestiere, per altro, degno di tutti gli onori ma che si potrebbe svolgere benissimo, anche senza perdere anni e anni tra libri e scartoffie per prepararsi degnamente ad occuparsi di cultura) quando invece, nel medesimo istante, per gestire la biblioteca comunale, casomai, si decide di ingaggiare il bidello dell’ex asilo  d’infanzia perché  al pover’ uomo  bisognerà pure trovare un altro impiego dopo che l’asilo è stato chiuso per mancanza di fondi o per un calo delle nascite!

A prescindere dal livello di valorizzazione che la società contemporanea attribuisce al patrimonio artistico, questa ondata di attacchi violenti contro le immagini sacre o i monumenti architettonici, che si stanno verificando in questi ultimi anni, non è da sottovalutare.

La cattedrale di Nantes ne è una testimonianza visibile agli occhi di chiunque, non solo a quelli della cristianità che subisce una  perdita ancora più grave, poiché vede sgretolarsi quei simboli religiosi e morali che caratterizzano la propria identità culturale, ma anche  il resto della società, quella che vive la propria quotidianità tra quei  monumenti storico/artistici che sono stati visti, ammirati, studiati dai  loro avi e proprio per questo, costituiscono importanti pezzi della loro  stessa identità.

Se non conosciamo le nostre origini, come possiamo pianificare il futuro?  Noi siamo la storia, siamo il frutto dell’operato dei nostri predecessori. Nel bene e nel male, certo, ma se ci verrà meno questa consapevolezza, perderemo la nostra identità.

 

Distruggere i beni artistici significa perdere molto per l’identità dei popoli e sebbene oggi l’idea di globalizzazione, a volte, si scontri, paradossalmente, con l’idea di conservazione della propria identità culturale, l’arte stessa, sì, proprio l’arte, ci insegna che dovremmo cominciare ad vedere le cose sotto una luce nuova, diversa da quella, fioca, che ci sta annebbiando la vista in questi anni di scontri e divisioni ideologiche.

L’arte è un mezzo di espressione creativa che dovrebbe unire, non dividere, perché attraverso l’arte l’essere umano può esprimere un pensiero, un’idea ma anche raccontare un fatto, narrare una storia, anche sotto un punto di vista diverso ed autonomo.

L’arte è – e deve essere – libertà espressiva dell’umanità.

Perciò ‘globalizzare’ non può voler dire uniformare, rendere tutto standard, ma, al contrario, deve significare rispetto e dialogo tra le diverse culture per mettere al servizio della comunità globale ciò che ciascun popolo, con la propria identità, può offrire di positivo, senza prevaricazioni o dominio di uno sull’altro.

 

Per ora tutto questo ci sembra ancora molto lontano.

 

Anna Rita Delucca

 

 

 

 

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