ESORDIO

 

Nel periodo che va dall’adolescenza alla morte di cose ne passano tante, per alcuni sono irrilevanti e quelli sono già morti in partenza, per altri, invece, si viene a creare una specie di baule dove vengono riposti quei ricordi che periodicamente traboccano, perché non vogliono morire lì dentro e vogliono ricordarti che è proprio grazie a loro che sei vivo. Una specie di hard-disk ante litteram. Il mio baule si apre spesso; forse sono io che lo vado ad aprire e, se anche lo faccio per me, ho la sensazione che questi pacchetti di ricordi possano servire anche ad altri. Li ascolto tutti: quelli tristi o cattivi mi rafforzano perché vedo che sono riuscito a superarli indenne e quelli allegri e positivi mi divertono. Sì, rido proprio, mi vedo bambino, adolescente, uomo e rivivo cose che abbraccerei e bacerei come un vecchio e caro amico che non vedo da anni. Raccontare storie è insito nell’animo umano e la narrativa è nata proprio da lì, dalla narrazione orale, nelle famose aie dei casolari di campagna, davanti ad un caminetto nelle sere invernali, al limite dentro ad un bar. Ricordiamoci che una storia, per essere tale, ha bisogno che ci sia qualcuno che la racconti. Poi abbiamo cominciato a scriverle, queste storie, affinché non andassero perse, le abbiamo stampate e distribuite, alcuni ci hanno fatto i soldi, ma io mi accontento che qualcuno le legga e rida, o almeno sorrida, e, massimo della soddisfazione, le racconti ad altri dicendo loro di una storia che ha sentito …In questo modo non moriremo mai. Ho scritto questo breve preliminare, il “Prologo” bisognerebbe dire per darsi importanza, (io l’ho chiamato “Esordio”, perché mi piace di più), per avvisare che ciò che vi apprestate a leggere (lo farete, vero?), non è un romanzo, non è un saggio, è piuttosto un insieme di ricordi, messo sottoforma di racconti, senza una trama particolare, forse a gruppi slegati l’uno dall’altro, ma che hanno come filo conduttore la mia memoria. Sfogliando le pagine immaginate di avermi lì di fronte mentre vi sto raccontando ciò che leggete; so che nessuno di voi mi ha chiesto di farlo, però non posso farne a meno. Anni fa mi sarei vergognato come un cane a fare una cosa come questa, ma, si sa, col tempo le cose cambiano. Tutti i personaggi che vi passeranno davanti sono realmente esistiti (e spero che esistano ancora), le loro “gesta” non hanno nulla di inventato e non sono state spinte all’esagerazione per impressionare, l’unico “frutto di fantasia” è stato il modo con cui ho messo in fila le parole, le virgole e i punti.Se un bel giorno questo libretto diventerà un best-seller, alcune persone si riconosceranno nei capitoli a loro dedicati: spero ne siano contenti e non mi perseguano legalmente … magari una telefonata mi farebbe piacere. E’ un rischio, comunque, che non credo di correre.

Paolo

P.S.: nei libri non ho mai letto il Prologo, non l’ho mai sopportato, comunque, se siete arrivati in fondo a questa pagina e avete capito le mie intenzioni vuol dire che mi sbagliavo.

 

50 cc nel quartiere

Paolo Bassi

Venz aveva il motorino tirato da corsa e Nec, suo fratello, quello da cross. Sapevi subito chi dei due stava arrivando: Nec era seduto su un mitra, ogni scoppio dentro all’unico cilindro del suo cinquanta Aspes era riprodotto uguale identico dalla marmitta che seguiva un percorso tortuoso partendo dall’alettatura della testa, attraversando il telaio sotto al serbatoio per poi uscire di fianco alla coscia del pilota ed esattamente sotto alla natica destra dell’eventuale passeggero che, se poi si ustionava, cazzi suoi anche perché in due su un cinquanta non si poteva andare. Venz era seguito, anzi preceduto dal sibilo dell’espansione di quella specie di supposta che era il suo Testi Champion. Un siluro, diceva lui, e in effetti, oltre alla forma ne aveva anche le prestazioni. Nessuno poteva competere con quel motore che, come unico difetto, aveva il proprietario. Sì, perché Venz era lungo che non finiva più, non sapeva dove mettersi su quelle due ruote, come stare, come sistemare le gambe senza masticarsi le ginocchia. L’articolazione della caviglia non aveva un’ampiezza sufficiente per un sereno movimento della levetta del cambio, per non parlare poi del pedale del freno. Il più delle volte il sibilo era dovuto ad una marcia che non era entrata. Il mio, comunque, era un quartiere molto tranquillo. Eravamo fortunati: dodici palazzi incollati l’uno all’altro a formare un corpo unico disposto a “elle” con dodici appartamenti per ogni numero civico. Centoquarantaduefamiglie: dodici al quadrato meno due, (nell’ultimo palazzo c’erano due portici che avevano rubato due appartamenti), lo sapevamo tutti e tutti ci si conosceva, ci si odiava, ci si sopportava, c’erano i gruppi, gli esclusi, gli ammirati, i temuti, i rispettati e le cavie. Queste le famiglie. Figuriamoci noi ragazzi. Il condominio globale era denominato “Il Treno” ed era separato, con una strada ad elle anch’essa, da un giardino veramente ben fornito di alberi, fiori ed erba, che, in tempi passati, sicuramente era il parco di quella villa, ora semidiroccata, che ancora si trovava al suo interno. Manco a dirlo quelli erano, per noi, il Parco e la Villa. “Vado al Parco. Sì, ma non entrare nella Villa che è pericoloso”, erano la quotidiana nostra comunicazione in casa e la successiva raccomandazione di mamma e papà. Ovviamente all’interno della Villa c’era il nostro quartier generale: partite a poker con puntate e rilanci di ogni specie di fumetti, battaglie con cerbottane, frecce di carta con spillo in punta, gare all’ultimo sangue con le figurine Panini dei calciatori e, all’età giusta, le prime mani che scendevano in esplorazione tra le tette delle ragazzine. Il pelo no. Troppo presto. Quello era un po’ come le elezioni politiche: serviva la maggiore età e, quando ci arrivavi, ti accorgevi che, nell’attesa e avendoci pensato troppo, non sapevi più per chi votare. E, soprattutto, come fare a votare. Ma torniamo ai motorini. Quella era la nostra vita, il nostro status si direbbe oggi, ed era proprio per quel motivo che ognuno doveva avere il proprio rumore e le proprie caratteristiche. Dove sarebbe andata a finire la nostra individualità, la nostra impronta, la nostra immagine? Nel cesso: dove poi, in effetti, è andata a finire col passare degli anni e l’arrugginirsi dei motorini. I soprannomi, poi, avevano un peso sociale uguale, se non superiore, a quello delle due ruote; addirittura l’uno era spesso legato all’altro in perfetta simbiosi con il titolare di entrambe le cose. Si fa tanto parlare dei cani e dei gatti che sempre più assomigliano anche fisicamente ai loro padroni, ebbene, la stessa cosa succedeva anche a noi, o così almeno ci sembrava. Nacque così il mitico Atala: un cristiano che già a quattordici anni sfiorava il metro e ottanta e il suo bravo quintalino e che cavalcava, o meglio, ricopriva, un cinquanta striminzito, un Atala appunto, che sfoggiava una verniciatura di un giallo brillante affiancato a strisce viola periodo passione di Gesù. Come se non bastasse, già a quell’età, il nostro amico era saldamente fidanzato con una mora, Carmela credo si chiamasse, viso che lasciava un po’a desiderare, ma fisico da alzati e cammina che stazionava fissa su quel poco che rimaneva libero del sellino dell’Atala. Non ho mai capito come facesse quel cinquantino a muoversi e se, all’epoca, la velocità massima era di quaranta chilometri all’ora, di sicuro Atala e Carmela non correvano il rischio di multe per eccesso di velocità. Si sapeva che tutti i pomeriggi sparivano in mezzo ai campi oltre la tangenziale, ma una volta perso di vista il giallo-viola, nessuno è mai andato a controllare la fondatezza di certe dicerie, anche perché Atala, nella sua immensa bontà, avrebbe potuto tranquillamente romperti in due con una mano sola. E Carmela, dal canto suo, con la lingua non gli era da meno. La lingua per parlare, ovviamente. Atala non era un condomino del Treno: proveniva dal Villaggio dei Giovani Sposi, un gruppo di case confinante con Chiesa e Canonica (ma guarda un po’) e, da quel luogo, usciva, a cavallo di un vero cesso a due ruote, un pistone e tre marce a mano, anche il grande Noce. Non aveva bisogno di una moto di prestigio, perché, per le ragazze, la cosa interessante era lui e non il motorino. Il Noce compariva sempre verso le cinque del pomeriggio. Altro mistero: cosa faceva il Noce fino a quell’ora? Il più ingenuo e, a volte, più coglione di noi, diceva che era in casa a studiare. (Poi parlerò anche di lui). Figuriamoci: eravamo all’inizio dei ’70, respiravamo il clima del ’68, nessuno sapeva cosa stava succedendo, si poteva stare a casa da scuola con varie scuse e, mentre noi si giocava a biliardo o si suonava la chitarra, il Noce era in mezzo ai campi con due belle ragazzine. Altro che motorino, con lui ci si poteva andare a piedi in mezzo ai campi, anzi, più spesso neanche ci andavano, se lo sbaciucchiavano lì, sul posto, in mezzo a tutti, ragazzi e adulti, negozianti e nonne, mamme e bambini. Il sesso maschile lo invidiava e quello femminile lo aspettava, ma la cosa migliore era che, in entrambi i gruppi, l’età non contava. Era bello, sì, era proprio un bel ragazzo. Una si chiamava Camilla, detta Came l’altra Valentina, detta Val ed erano entrambe innamorate di Noce, ma lui era, per definizione, Noce e non gli fregava un cazzo di nessuna delle due. A volte, ora, mi chiedo se per caso Fonzie non si fosse ispirato a Noce. Comunque ci stava insieme, sì, anche perché le due, un po’ ingenue, un po’ porcelle e un po’ inequivocabilmente bambine, pur di averlo tra le mani, pur di farsi vedere in giro insieme a lui se l’erano spartito, avevano messo da parte, o così almeno davano a vedere, la gelosia e il senso di possesso, avevano costruito, loro per lui, il primo harem che si fosse mai visto in zona San Donato. In tre nei momenti di socializzazione e in compagnia con gli altri, in due, rigorosamente una coppia, nei momenti di intimità. A turno, ovviamente. Un giorno Noce la toccava a Cam e un altro a Val. Non è mai stato chiaro fin dove arrivassero, ma da alcuni indizi rilevati soprattutto sui pantaloni delle ragazze e una volta anche vicino al coccodrillo Lacoste, il loro rapporto non si poteva certo definire tutto bacini e carezze. Noi guardavamo e loro scopavano. Mi sono sempre chiesto se le due ragazze fossero state d’accordo fin dall’inizio scegliendo questo gioco come un divertimento oppure se era la disperazione per la paura di essere messe da parte a spingerle verso quella specie di umiliazione e ad accettare ogni cosa pur di averlo anche a rate e a farci l’amore confidando sull’alternarsi dei loro cicli mestruali. Oltretutto, per la cronaca, erano due fighe da fuori di testa. Con un analogo cesso di motorino si aggirava per il quartiere l’imperdibile Rusk, pronunciato Rasch, all’americana, ma con significato bolognese di rusco, immondizia, pattume. Niente a che vedere con lo sporco o il sudiciume, anzi, un ragazzo pulito, allegro e buono quanto mingherlino, una risata solare e un’infinita disponibilità pur di essere preso in considerazione. Qualcuno mi caghi, insomma! Le sue dimensioni contenute, diciamo così, lo portarono un giorno, una domenica mattina dopo la messa delle dieci, ricordo bene, ad essere messo, oltretutto senza alcun motivo particolare, dentro uno di quei bidoni in plastica grigi utilizzati per lo scarico dei rifiuti. Un bidone del rusco. E lì il suo destino fu segnato.

Fu Rusk da quel giorno per tutti noi suoi amici, fu Rusk per le ragazzine, ma lì poco male, perché i primi momenti intimi si sarebbero verificati in un futuro molto avanzato, fu Rusk anche per sua madre che ne andava segretamente orgogliosa perché era convinta che un soprannome così anglofono derivasse da tutti gli anni di lezioni di inglese che il poveretto si era dovuto sorbire alla British School. Gli volevamo tutti bene, però era più forte di noi, non riuscivamo a non prenderlo in mezzo: ci ripetevamo sempre, non è giusto, poi si offende e ci sta male, in fondo non ci ha fatto niente, vuole solo essere considerato, ma con tutte le cazzate che dice un po’ di prese per il culo e un soprannome così se lo merita proprio. Esatto. Per lui ascoltare le vicende di noi ragazzi del quartiere, rielaborarsele filtrandole con la sua fantasia e proiettare sé stesso in situazioni analoghe da lui già vissute in altri ambienti e venircele a raccontare era un attimo, una frazione di secondo, l’infinitesimo scontro tra due neuroni che in quel momento scorazzavano senza controllo tra le sue sinapsi. Alcuni esempi. Dimensioni e rigidità del pene: nessuno gli aveva mai chiesto niente, a nessuno interessava e nessuno avrebbe mai creduto alle sue parole, ma lui, periodicamente, si sentiva in dovere di tenerci informati sui questi suoi dati anatomici. Ultime avventure con ragazze: mai ne avessimo conosciuta o anche solo vista una, niente, però erano tutte immancabilmente belle, fisico da urlo e con tette al carbonio, disponibilissime e, non ultimo, quasi ninfomani. E lui se le scopava. Non si sa bene né dove né quando, anche perché, esclusa la mattina che era a scuola ed era a scuola con noi, il pomeriggio che passava in casa a studiare un po’ di tutto, inglese e pianoforte compresi e la sera che i genitori non gli concedevano per uscire, gli sarebbe rimasta solo la notte, ma, alle dieci, massimo dieci e un quarto in casa Rusk si vedevano scendere tutte le tapparelle. Giornata terminata. Scopata saltata. Poi, a detta sua, era sempre ad un passo dal cambiare il motorino. Il pitale sul quale girava, per raccontarla giusta, era di suo nonno, già in là con gli anni, ma veramente arzillo, che lo utilizzava per trasportare le tele che dipingeva. Era un pittore, un artista con la A maiuscola, diceva sempre la mamma di Rusk, ma questo non impediva al nipote di fregargli il motorino, svuotarlo di miscela e renderglielo così come se niente fosse. Il nonnetto non si incazzava quasi mai. Proprio un artista. Per il fine settimana, suo padre, che lavorava non so bene presso quale Ente, gli procurava “la tessera per il cinema”. Ingresso per due persone utilizzabile solo al President, a cinquanta metri da casa nostra, al sabato sera e alla domenica mattina, pomeriggio e sera. Inutile dire che veniva sfruttata per tutti questi spettacoli, come inutile dire che la seconda persona della famosa tessera ero sempre io. Donne zero. A me piaceva stare con lui, passare questi momenti “tra soli uomini”, magari con il famoso “rutto libero” e le battutacce volgari, però, qualche volta, un cinemino abbracciato in ultima fila, imboscato e sbaciucchiante me lo concedevo, bilanciando così la vita di un normale adolescente. Lui, invece, sembrava dotato di un sistema, peraltro perfettamente funzionante, di autodifesa contro le ragazze: amiche e compagne finché vuoi, però sempre a debita distanza. E dire che non puzzava. Faceva solo ridere, questo era il suo guaio. E noi lo aiutavamo, era un concorrente in meno.

America il motorino non l’aveva: “non mi interessa”, sue testuali parole, “aspetto i diciotto anni per patente e automobile”. In genere compiuti i diciotto la prima auto che ti scivolava sotto le chiappe era quella di tuo padre che, preso da sconforto e disperazione, a malincuore e terrorizzato non poteva esimersi dal concedertela anche se saltuariamente. Ne andava della sua dignità di genitore moderno e progressista. Quelle sere con te al volante della sua creatura, tuo padre vedeva sparire l’investimento di svariati stipendi senza alcuna sicurezza di un rientro. E non solo finanziario. Il risultato migliore che potesse aspettarsi era il serbatoio secco, la stagnola di un preservativo sotto le pedanine e il posacenere intasato. Sì, perché tuo padre non aveva mai fumato in vita sua, ma la tua ragazza del momento sì. Per tornare ad America la sua situazione era questa: suo padre aveva una NSU Prinz grigio topo paragonabile, nel settore delle due ruote, ad un cinquanta a presa diretta, a pedali, con il cestino posteriore per la spesa e uno specchietto ad asticella come optional. Alla terza uscita serale America ricominciò a girare a piedi o non usciva per niente. Suo padre ne fu ovviamente soddisfatto, anche perché, non poteva sopportare l’odore del lubrificante dei preservativi e poi si era tolto un pensiero non indifferente: il terrore, giustificatissimo, di un incidente. Stradale o sessuale. Tutto bene finché non comparve, o ricomparve, una zia, un po’ bombardata, come la definivano i nipoti, che faceva la spola, non si sa bene perché, tra Bologna e gli States. Bene, quel giorno comparve, appunto, con due regali per il nostro amico: un paio di “gins-original-Levis”, come li chiamava lei, a stelle e strisce e da lì il soprannome mai più perso di America e una Seicento FIAT bianca con sportelli ad apertura “in avanti”, come li definiva lui. Più che due regali erano due insulti per un ragazzo di quell’età e in quel periodo storico, ma America incassò bene il colpo. Si stimava per l’unicità dei pantaloni e la loro provenienza e si considerava uno dei pochi fortunati ad avere l’automobile ad uso esclusivamente personale. Passò la prima settimana a pulirla e lucidarla, sostituì i tappeti un po’ logori, eliminò le targhette magnetiche con i santini e le frasi benaugurali, mise un paio di adesivi di squadre di basket, USA ovviamente, deodorante Arbre Magique e via, pronto per il gran giorno. Il varo del Titanic. Mai nome fu più azzeccato. Fummo convocati io, Antonio, Laura e Stefania per un giro serale con gelato di inaugurazione. La “baracchina”, anche se fuori mano, (ma poi eravamo in macchina!), forniva le coppe alla frutta migliori della zona se non della provincia. Offriva America ed eravamo tutti soddisfatti, (la zia gli aveva allungato anche qualche dollaro), mangiammo, ridemmo e salimmo in auto per il giro del rientro, che poi era la vera ragione della serata. Lasciata appositamente la statale, frequentata solo da chi si faceva intimorire dall’avventura, imboccammo gli “stradelli” paralleli alla via Emilia, ma srotolati in mezzo alla campagna. Buio pesto. Fu forse l’influsso dei pantaloni original-eccetera che ispirò ad America un gioco stile “on the roadbeat generation” stronzo come pochi: avvistata un’auto che viaggiava in senso opposto, puntarla spostandosi sulla corsia di sinistra e, a poche centinaia di metri, quando il poveretto lampeggiava anche con le luci interne di cortesia, spegnere tutti i fari e scomparire dalla sua vista, per riaccendere il tutto, abbaglianti compresi, a non più di venti metri da lui e fare poi uno scarto assassino sulla destra per riprendere il giro normalmente. Grandi risate. Nessuno era ubriaco o tossico. Semplicemente stronzo lui e stronzi noi. Dopo una mezza dozzina di queste cazzate, America imboccò uno dei vialoni che dall’estrema periferia riportavano in città. Due corsie per due carreggiate. Passaggio a livello chiuso. America non può aspettare. La Seicento FIAT è un bolide incontenibile e i gins eccetera eccetera non gli permettono neanche una, seppur minima, attesa. Oltre le palle sembra gli stringano anche il cervello. Senza frenare, senza rallentare esegue una perfetta inversione ad U. Il baricentro della Seicento FIAT, si sa, è leggermente più alto delle varie Mustang, Pontiac, Chrysler e via dicendo, quindi, per una semplicissima legge fisica, quando la sua perpendicolare esce dal perimetro di base cominciano i guai. Il baricentro uscì dall’auto per primo e ci abbandonò al nostro meritatissimo destino che fu una cappottata da manuale. Ci trovammo in cinque seduti sulla parte interna del tetto di quella sfigatissima auto che in quel momento rivolgeva, come pregasse o imprecasse, tutte quattro le ruote verso il cielo. Per noi neanche un graffio. Li aveva incassati tutti la Seicento. Come il Titanic, anche lei, quella sera, aveva incontrato il suo iceberg. America riprese ad andare a piedi, poi lo perdemmo di vista perché si era iscritto ad Architettura a Firenze e faceva il pendolare. Rigorosamente in treno.

Ora, per introdurre un altro personaggio della congrega, occorre fare un passo indietro, occorre che io mi riconduca alle origini del mio arrivo in quel quartiere, o meglio, al mio inserimento nel “Treno”. Un trasloco, un “cambio di casa”, è sempre un trauma, soprattutto per un bambino di dieci anni: è quello che il mondo adulto definisce, più in grande, uno sradicamento, una perdita delle origini. Per me fu diverso e lo fu per due motivi principali: primo, provenivo dal vecchio centro storico di Bologna dove gli unici luoghi di divertimento erano le cantine di quegli antichi palazzi, frequentate, come si può facilmente immaginare, oltre che da me, da tutta una fauna che spaziava dal ragno peloso al topo obeso passando per scorpioni di varie specie (sempre cittadini, comunque) e proprio per questo motivo il trasferimento in una “zona verde”, quasi campagna, fu per me un grande sollievo sia morale che fisico; secondo mi trovai subito come vicino di casa, proprio stesso pianerottolo, un ragazzo più o meno della stessa età. La solitudine delle cantine sparì immediatamente. Non capivo, i primi tempi, perché il mio nuovo amico evitasse gli altri ragazzi del quartiere e volesse rimanere o in casa, oppure solo insieme a me in qualche angolo a fare due chiacchiere. Oggi, a distanza di alcuni decenni, un atteggiamento del genere avrebbe insospettito la maggioranza delle persone, avrebbe di certo avvolto il poveretto di un’aura ambigua, insomma lo avrebbe definito un gay, anche se all’epoca si usava un altro termine. Un pensiero del genere, comunque, era ben lontano dalla mia visione della vita, quindi io, assetato di compagnia, lo istigavo a buttarsi nella mischia, ad accettare qualche ruolo in una partita di calcio, nella guerra con le cerbottane o, al limite, anche un nascondino. Niente, solo chiacchiere in disparte. Mi ruppi velocemente i coglioni, lo lasciai alle sue riflessioni e alle prediche serali sulle buone o cattive compagnie da parte dei genitori, di pura razza e discendenza ciociara e mi avventurai alla ricerca degli altri ragazzi. “Tu sei quello nuovo che abita di fronte a Cec?” Capii subito tutto. Cec, pronunciato con la “e” aperta, ma breve, e l’ultima “c” secca come una frustata significava obbligatoriamente ciccio, grasso, obeso. Lui si offendeva, ovvio, anche perché non era poi così grasso, o meglio, lo era senz’altro molto meno di molti dei suoi accusatori, però era bello vederlo prima risentito, poi incazzato e, alla fine, sul coro globale di “Cec” vedere una lacrimuccia che spuntava e lui che scappava in casa. Dalla padella nella brace. Per i rapporti di buon vicinato non potevo sbilanciarmi più di tanto, ma per la mia sopravvivenza nel gruppo un qualche Cec ogni tanto lo dovevo dire anch’io. Io capivo lui, lui capiva me e riuscivamo comunque a rimanere buoni amici. Anche per Cec, come per Rusk, le ragazze erano degli strani organismi dei quali non capiva bene la funzione. “Insomma”, si diceva, “non tirano un calcio ad un pallone, non giocano con i “figuri” Panini, non fanno a chi sputa più lontano, non un rutto, non un panino con i pomodori sott’olio, tutt’al più un cornetto alla marmellata e io che cosa ci dovrei fare con loro?”. Non gli ho mai risposto, un po’ perché anch’io avevo ancora delle idee molto vaghe sull’argomento e un po’ per evitare di sconvolgere queste sue convinzioni. Cec, comunque, aveva dalla sua le spiegazioni ed i consigli della madre. Vergini, di buona famiglia, con dote, amanti della casa e gli eventuali baffi non importavano. Andrea era di qualche anno più vecchio della media di noi, all’epoca sbarbatelli; lui un po’di barba cominciava a metterla su, e, con noi, si definiva sempre un patito di fuoristrada, per cui aveva un motorino da cross. Unico problema, anzi due: il cinquanta, i genitori, glielo avevano comperato usato e nessuno aveva mai capito perché avesse la ruota posteriore più piccola di quella anteriore, poi la sua stazza che gli impediva anche di salire semplicemente sul gradino di un marciapiede. Per definizione, dai più grandi veniva bollato con diversi nomignoli relativi al numero di chili che “dimostrava” in quel momento, perché a loro non poteva fare nulla, mentre noi infimi del quartiere l’abbiamo sempre chiamato Andrea per evitare grane, però ridendo di nascosto. Ora, non sono troppo sicuro che fosse Andrea il responsabile, anche perché tanti sono gli anni passati, però mi sembra di sentire ancora quella specie di sibilo che era la sua risata soddisfatta (quando ne aveva combinata una delle sue), nel momento che mise Rusk dentro a quel bidone decretando, per l’eternità, ciò che già ormai sapete. Non bisogna però pensare che fossimo tutti dei singoli casinisti, riuscivamo benissimo a creare dello scompiglio anche in gruppo e, anzi, questi gruppi, sempre molto coesi, rappresentavano, a volte, motivo di preoccupazione per coetanei appartenenti a quartieri confinanti e, non ultimo, anche per gli adulti. Intendiamoci, eravamo in via Kharkov non nel Bronx, avevamo in mano un pallone o una cerbottana e non una calibro 38, bevevamo una spuma all’arancio e succhiavamo un “cof” all’amarena sniffando solo il polline dei prati appena tagliati. Eravamo quindi abbastanza innocui. Ci evolvemmo quindi dai quattro calci a un pallone dati in un riquadro di terra screpolata dalla calura estiva, alla formazione di una squadra di basket. Più moderno e molto americano e, per noi, che tra le nostre fila avevamo America (che già conoscete), era lo sport che poteva farci distinguere nella zona. Il quintetto base era composto da chi c’era in quel momento, le riserve, ovviamente sempre incazzate, da quelli più scarsi o dai “topi” (che poi erano i più piccoli), ma, sempre e comunque, la presenza di America era immancabile. Aveva imparato a chiamare gli schemi in inglese, anche se di schemi non ne avevamo neanche uno, però diceva che quella tecnica poneva l’avversario in una condizione di inferiorità. Il più delle volte, comunque, mentre stavamo lì a tradurre mentalmente gli schemi, “l’avversario inferiore” ci infilava una decina di punti senza neanche una goccia di sudore. America aveva comprato le All Star, io le Adidas, alcuni avevano le Superga e altri le scarpe di tutti i giorni, però, e qui sta il miracolo, eravamo riusciti ad ottenere in regalo dai genitori la maglietta, o meglio, la canottiera della squadra: arancione con i bordi neri, numero grande sulla schiena e piccolo sul petto come una Lacoste e, avveniristico, il nostro nome sulle spalle. Conciati in quel modo cominciammo a lanciare le sfide in giro. Non avendo particolari conoscenze in campo sportivo, i primi due avversari furono il San Donnino, la squadra definita “del prete” perché bazzicava la parrocchia, andava a messa alla domenica e aveva il campo dietro all’oratorio e il “Pilastro” squadra appunto del quartiere Pilastro della quale si aveva una certa soggezione e non per la loro particolare bravura, bensì per il fatto che, all’epoca, il Piastro era sinonimo di delinquenza. Motorini che sparivano come per magia, portoni condominiali bruciati, risse quotidiane e, purtroppo, la maggior parte della gioventù, disadattata. Non sto senz’altro a fare la cronaca delle varie partite, ma alcuni episodi me li ricordo come se fossi appena uscito da quei campetti. America faceva l’americano, ma ci prendeva, io ero molto veloce, riuscivo a sgattaiolare tra gli avversari, alcuni li eliminavo, ma il canestro, per me, era ed è sempre rimasto un miraggio: quel buco con la reticella intorno sembrava mi odiasse. Andrea con la sua mole era un ottimo deterrente in difesa e i due rimanenti venivano utilizzati per cadere platealmente per terra e costringere qualche avversario a commettere i famosi “cinque falli”. Alla fine del primo tempo eravamo mediamente sotto di una trentina di punti. Durante l’intervallo America si trasformava nel Coach, lanciava urla propiziatorie sconsiderate e progettava un secondo tempo tutto all’attacco: “Go, go, go, tutti a paniere”. Peccato però che questa frase lapidaria venisse sempre recepita solo dagli avversari, che a paniere ci andavano veramente portando il distacco dai trenta del primo tempo ai cinquanta di fine partita. Ci divertivamo ugualmente accusando quasi sempre gli avversari di qualche scorrettezza fino al giorno in cui, verso la fine di una partita veramente “tirata” uno dei nostri per salvare un passaggio un po’ lungo finì quasi in braccio ad una ragazza seduta su una seggiola a bordo campo. Tale ragazza era una sostenitrice della squadra del prete, ma aveva una caratteristica: era veramente carina. Un viso ed un sorriso dolcissimi, occhi azzurri, simpatica e comunicativa, ma con un paio di sfere gemelle che, oggi, solo con una buona dose di silicone si potrebbero uguagliare. In più portava una collanina d’oro con appeso un crocefisso che, guarda caso, si appoggiava tra l’una e l’altra. Il nostro “atleta” (che non ricordo chi fosse) non seppe resistere e disse, anzi urlò: “Su quella croce messa lì ci morirei volentieri anch’io”. Dopo un primo momento di smarrimento, quando la ragazza capì il significato della frase, partì un ceffone e un “vai via brutto porco” che stava poi a significare “andate via brutti porci”. In effetti eravamo a dieci metri dall’oratorio, a quindici dalla Chiesa e tra il pubblico c’era anche il prete. Giustamente crocefissi, finirono così le nostre partite ed anche gli allenamenti su quel campo che avevamo “disonorato”. Le partite con il Pilastro ebbero vita breve: non c’erano ragazze desiderabili a bordo campo, la squadra non era niente di speciale, ma noi, che per sicurezza e per evitare furti, andavamo al campo in autobus già vestiti per giocare e quindi senza borse, cercavamo sempre di perdere, in modo tale che anche quelle facce un po’ strane che circolavano lì d’attorno fossero soddisfatte. Eravamo sportivissimi. Nei giorni che lo sport non era praticabile, vuoi per la “squalifica” di cui sopra, vuoi per il maltempo o per la stagione che portava piogge e freddo, ci si rifugiava in combattutissime guerre con le cerbottane. Oggi esistono veri e propri gruppi di combattenti con divise mimetiche, segni di guerra sul viso, armi di ogni genere con munizioni coloranti e organizzazioni belliche complete, allora invece c’eravamo noi con le “doppiette” o le “triplette”, le frecce costruite con la carta dei quaderni ormai usati tenute insieme con la saliva o con un po’ di quella colla che sapeva di mandorla amara, la colla Midina e, i più assassini, con lo spillino in punta. Ora, la cerbottana la potevi avere o comprandola dal cartolaio e quindi in plastica, con il foro largo che richiedeva una notevole potenza polmonare, oppure utilizzando delle canne (allora non si fumavano) d’ottone più sottili, più lunghe e immensamente più precise. Unico problema: erano oggetti che difficilmente si trovavano in commercio. Però, si sa, il ragazzino preadolescente, nella sua ancora spiccata immaturità, è dotato di una creatività che raramente si riscontra in un adulto, proprio perché, crescendo, ci si uniforma ad una vita sociale che rende il creativo un soggetto “strano”, per cui noi, invece che superare l’ostacolo, lo aggiravamo. In che modo? Semplice: secondo voi che significato e che utilizzo potevano avere quelle splendide stecche che tenevano ferme le guide rosse sulle scale facendo prendere loro la forma degli scalini? Nessuno, se non quello di trasformarsi in splendide doppiette, triplette e quadriplette. Dopo alcuni “prelievi”, però, i condomini cominciarono ad avere dei sospetti, avvalorati dalle lamentele della “portinaia”, figura femminile, quasi asessuata, odiata e, ad ogni occasione, presa in mezzo, la quale diffuse la notizia che potevamo essere solo noi i responsabili dei furti. A quel punto il problema divenne come tenere nascoste le nostre armi durante le battaglie e anche al cospetto dei nostri genitori. Ci fu chi le nascose dietro alle damigiane in cantina, chi dietro a qualche compressore o tosaerba in garage e chi, incosciente, entrava in casa con l’oggetto incriminato nascosto sotto alla giacchetta e lo buttava sotto al letto o nell’armadio. Ma, in ogni caso, continuavamo a combattere e combattevamo nel parco nascosti tra gli alberi, dentro ai ruderi della “Villa”, lungo la scarpata ferroviaria che correva dietro ai palazzi non disdegnando di sparare alcune frecce ai treni merci che transitavano da lì per raggiungere lo scalo di San Donato, oppure, presi dalla noia e irrispettosi delle regole, lungo la strada facendo bersagli le persone che passavano. Inutile dire che i prediletti, anzi le predilette erano le “vecchiette”. Un po’ stronzetti, ma anche quello era divertimento. Dopo alcune soffiate della portinaia, fummo costretti a sospendere (attenzione, sospendere, non eliminare) le guerre in cortile e cominciammo a pensare ad una giusta punizione per la delatrice. Doveva essere qualcosa di non violento, non eccessivamente cattivo, ma che comunque ci permettesse di assistere all’effetto ottenuto. Credo che nessuno di noi negli anni a seguire si sia indirizzato verso studi di entomologia, però, quella volta, fummo tutti concordi nel catturare il maggior numero possibile di quei “bruchi pelosi” che girovagavano nei prati e di sistemarli con cura dentro alla buchetta della posta della portinaia. E così fu. Verso le undici di mattina, ora in cui la portinaia faceva il suo giro nel quartiere e successivamente ritirava la posta, eravamo tutti in giro nelle vicinanze con atteggiamento serafico e noncurante, alcuni addirittura si sbilanciarono in saluti se l’incontravano, ma l’attesa era spasmodica. Chiavi pronte in mano, aprì il portone del quinto palazzo del Treno, infilò la chiavetta piccola nella buchetta di legno e, con il gesto automatico di tutti i giorni, infilò, senza guardare, la mano per raccogliere lettere e bollette. L’urlo che uscì da quel portone avrebbe umiliato la voce solista dei Deep Purple, nessun vetro fortunatamente andò in frantumi e in pochi nanosecondi di noi “bricconcelli” non rimase traccia. Fummo talmente soddisfatti che non riuscimmo a nascondere questa nostra vendetta neppure ai genitori che, pur non dandolo a vedere, risero di gusto e ci perdonarono definitivamente anche il furto delle stecche d’ottone.

E fin qui tutto bene. E’ stato bello ricordare quei momenti, quei brandelli di vita. E’ stato bello sentirsi di nuovo un adolescente e passare attraverso le risate, i piccoli problemi, i grandi che sarebbero arrivati di lì a poco, vedersi senza la barba e con i capelli quasi lunghi, segno di lotte familiari che, per alcuni di noi, sarebbero sfociate nelle lotte, più o meno convinte, nelle piazze. Sì, è stato bello, però i ricordi non perdonano, quando si apre l’archivio che li contiene difficilmente lo si riesce a chiudere in fretta. E si pensa. All’inizio ho scritto l’Esordio e non il Prologo e, qui, alla fine, non scriverò né l’Epilogo né la parola Fine, perché fintanto che anche uno solo dei protagonisti delle pagine che avete appena letto avrà la fortuna di continuare a calpestare la Terra, questa storia non finirà mai; in più, mi sono preso il piacere di aggirare l’ostacolo rappresentato dalla brevità della nostra vita mettendo su carta quei ragazzi diventati oggi uomini e donne, in modo che la loro presenza rimanga per sempre inalterata nel tempo

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